
Per spiegare la nostra azione, sperando che l’autore non ce ne voglia, usiamo le parole scritte e pubblicate nella rivista “Silvae” del 16/1/2025 da Luigi MELFI (Capitano CC RF, Comandante del Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale, Agroalimentare e Forestale del Gruppo Carabinieri Forestale di Siena)
Nel suo lungo articolo, il Capitano Melfi scrive le testuali parole:
“Negli ultimi sessanta anni la superficie forestale nazionale è triplicata a fronte dello spopolamento di aree prima abitate ma che, a causa delle difficili condizioni di vita, hanno spinto gli allora residenti a preferire zone meglio servite e con più facile accesso al mercato del lavoro. La perdita di un tale presidio legato alla presenza dell’uomo e alla cura del territorio, ha sì da una parte generato la naturale espansione delle aree verdi, ma è stata “spontanea” e non gestita mediante una oculata pianificazione, piuttosto caratterizzata da interventi sporadici o “a macchia di leopardo” tendenti a monetizzare il più possibile la massa legnosa asportata con ulteriore impoverimento e degrado, questa volta non solo in termini economici ma anche ecologici, dei soprassuoli sfruttati con delle tecniche selvicolturali inappropriate.
Serve una più autorevole motivazione del nostro agire in difesa dei boschi?
Naturalmente, se concordiamo con la succitata affermazione del Capitano Melfi, ciò non significa che concordiamo con l’intero suo articolo. In particolare non concordiamo che, come affermato verso la fine dell’articolo, l’abbandono culturale dei boschi produce dissesto idrogeologico, incendi boschivi e perdita di biodiverdità.