Anche bruciare legno peggiora la situazione climatica

  • Emanuele Lombardi
  • 27 Ottobre 2019
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Rappresentazione semplificata di alcuni processi relativi al ciclo della CO2 in biosfera

Sappiamo ormai per certo che i cambiamenti climatici in atto sono dovuti ad un eccesso di gas serra nell’atmosfera. Sappiamo anche che uno dei gas serra più coinvolti è l’anidride carbonica, altrimenti detta biossido di carbonio e indicata in chimica come CO2

Su internet si trovano molte immagini dei processi inerenti la presenza di CO2 in atmosfera. Data l’estrema complessità dell’argomento sono immagini necessariamente semplificate, ma alcune inducono a conclusioni errate e una di esse è quella riportata sotto, che abbiamo barrato per indicare che è una schematizzazione fuorviante.

Rappresentazione semplificata e fuorviante di alcuni processi relativi al ciclo della CO2 in biosfera

Questa immagine barrata fa pensare che la CO2 prodotta dall’uso dei combustibili fossili sia diversa e separata da quella naturalmente presente nella biosfera. E induce a pensare che si possano tagliare e bruciare tutti gli alberi che si vuole perché, fintanto che ne ricresceranno altri, la CO2  in atmosfera rimarrà sempre quella “biogenica” presente in biosfera da sempre. E’ la cosiddetta “neutralità dell’uso delle biomasse rispetto alla CO2”.

Purtroppo ciò sarebbe vero solo se non ci fosse alcuna CO2 prodotta dai combustibili fossili o se davvero essa andasse in una “altra” atmosfera, come sembra suggerire la figura grigia a destra nell’immagine barrata.

La realtà è infatti meglio rappresentata nell’ immagine che apre questo articolo. Essa non pretende di rappresentare l’interezza dei fenomeni fisici, chimici e biologici inerenti il ciclo della CO2 a livello globale, ma si limita ai fenomeni rappresentati nell’immagine barrata e ne utilizza lo stesso livello di semplificazione concettuale.
L’ immagine in testa all’articolo rappresenta graficamente che:

  1. La CO2 prodotta dalla combustione del legno non è distinguibile da quella prodotta dall’uso dei combustibili fossili;
  2. Qualunque origine abbia, tutta la CO2 prodotta va in atmosfera dove peggiora l’effetto serra;
  3. Gli alberi “prendono” COdall’atmosfera e la trasformano in Carbonio che fissano nel proprio legno. Questo Carbonio, fintanto che rimane nel legno, non è dannoso ai fini climatici;
  4. Bruciando legno, il Carbonio che lo compone si trasforma in CO2 e torna in atmosfera dove è dannoso ai fini climatici.

Poichè gli alberi durante la loro lunga vita accumulano nel legno Carbonio proveniente sia da CO2 di origine naturale sia da CO2 derivante dai combustibili fossili (per non dire anche di origine vulcanica)  non è corretto dire che quando bruciamo legno reimmettiamo in circolo solo CO2 “biogenica”, ossia solo CO2 presente in biosfera da milioni di anni.

  E’ possibile stimare la quantità di CO2 di origine “fossile” che viene emessa dalla combustione del legno di alberi nati e cresciuti dopo la rivoluzione industriale.

Quindi, contrariamente a quanto da molti asserito, la situazione climatica peggiora sia bruciando legno sia bruciando combustibili fossili. 

  • Bruciando legno liberiamo in atmosfera CO2 che certamente era già stata in atmosfera, ma la storia pregressa della CO2 liberata non diminuisce le conseguenze negative dell’ odierna combustione.
  • Bruciando combustibili fossili peggioriamo la situazione climatica due volte perchè la CO2 che immettiamo si aggiunge a quella già presente nella biosfera.

Non ci consola sapere che in 50 anni la CO2 oggi emessa bruciando legno forse tornerà tutta fissata nel legno di un nuovo albero. Diciamo “forse” perché non è detto che per ogni pianta tagliata ne sarà piantata una nuova, oppure che il pollone cresca bene, e anche perché questa nuova ipotetica piantina potrebbe non trovare le condizioni adatte alla crescita, anche a causa dei cambiamenti climatici in atto. In ogni caso l’eventuale nuova piantina nei suoi primi anni di crescita potrà assorbire meno CO2 di quanto assorbiva quella tagliata. Non va poi dimenticato che il taglio dei boschi, se fatto in modo criminale come oggi sta purtroppo avvenendo in molti luoghi d’Italia e del mondo, può causare  l’impossibilità che a medio termine i boschi possano rigenerarsi.

Purtroppo l’unica vera soluzione ai cambiamenti climatici è  diminuire la produzione umana di CO2 e aumentare l’assorbimento naturale di CO2 ad opera dei boschi.

Diminuire la produzione umana di CO2 significa diminuire i consumi e ciò implica tante cose, tra le quali ridurre l’uso di combustibili fossili e di  legno a scopo energetico, quello usato per produrre calore o energia elettrica.

Se proprio non riusciamo a diminuire il bisogno di legno a scopo energetico, cerchiamo almeno di ottenerlo da arboricoltura da legno effettuata su terreni oggi non boschivi, in modo da evitare tagli nei boschi.

Questo articolo ha URL breve  https://tinyurl.com/CO2-legno


Per fortuna il mito che l’uso delle biomasse forestali sia neutro rispetto alla CO2 comincia a sfaldarsi, seppur per altre considerazioni che, comunque, si aggiungono al fatto che il legno degli alberi di oggi contiene anche CO2 di origine fossile.

da ENEA: Impatti energetici e ambientali dei combustibili nel riscaldamento residenziale A cura di Maria Rosa Virdis, Maria Gaeta, Umberto Ciorba e Ilaria D’Elia ISBN: 978-88-8286-350-0

  • pag. 62:
    Tuttavia, negli ultimi anni il concetto di neutralità della CO2 delle biomasse è stato rivisto e analizzato con maggior dettaglio, mettendo in evidenza gli aspetti indiretti (uso del suolo), logistici e di trasporto, che generando CO2, vanno comunque considerati nel bilancio totale di emissioni di gas serra in atmosfera. In uno studio del JRC del 2013 “Carbon accounting of forest bioenergy” [pag 16 n.d.r.] viene portato all’evidenza come nel caso di utilizzo di biomassa legnosa a fini bioenergetici, in relazione alla volontà di ridurre le emissioni europee di CO2, l’assunzione di “carbon neutrality” non sarebbe più così valida in quanto la raccolta di legna per bioenergia provoca una diminuzione dello stock di carbonio forestale, non recuperabile in breve tempo a causa del ciclo di vita della vegetazione. Ciò porta ad un aumento temporaneo della CO2 atmosferica nel breve-medio periodo e ad un maggiore forcing radiativo e conseguente riscaldamento globale.
    Il problema della neutralità carbonica si pone qualora la biomassa legnosa utilizzata sia ottenuta dal taglio di alberi a ciclo di crescita lungo invece che dall’utilizzo di materiali di scarto o rami secchi che emetterebbero comunque anidride carbonica nei naturali processi di decadimento. Lo stesso avviene nel caso in cui la CO2 emessa sia molto di più di quella fissata nello stesso periodo, cioè nel caso in cui il tasso di prelievo di risorsa biomassa sia superiore al suo tasso di rinnovo. Inoltre l’assunto della neutralità carbonica, come per tutti gli altri combustibili, andrebbe qualificato sulla base di una analisi di ciclo di vita del prodotto o del suo “carbon footprint”, che consideri non solo le emissioni dirette e quelle indirette (Indirect Land Use Change o ILUC) ma anche quelle effettuate per produrlo. Questa idea è accolta anche nei criteri di sostenibilità (ovvero di risparmio di emissioni) preconizzati dalle direttive Europee sulle rinnovabili per accordare sussidi o incentivi ai biocarburanti o all’uso di biomassa. Nel caso della legna da ardere la quota delle emissioni indirette è probabilmente molto bassa mentre per il pellet è più elevata dato che include le emissioni da processi energetici necessari per l’essiccamento della biomassa, per il trasporto, per il trattamento meccanico ecc. Dunque il dibattito sulla neutralità carbonica delle biomasse sembra lungi dall’essere concluso

4 risposte

  1. abbiamo bisogno di energia? da dove la prendiamo? da fonti fossili aumentando la CO2 in atmosfera? oppure è meglio sfruttare le biomasse in modo corretto? corretto significa fare crescere nuove piante che sono quelle che accumulano CO2, quelle vecchie seccano, marciscono emettono CO2 e non si recupera energia…

    1. Quindi lei popone di usare a fini energetici solo le piante secche?
      Temo che l’unica soluzione sia consumare meno energia, abbassando le pretese edonistiche di noi umani del XXI secolo. Dico “edonistiche” proprio perchè nelle due o tre ultime generazioni l’uomo (almeno quello occidentale) ha vissuto una vita piena di agi e comodità che fino a 100 anni fa sarebbero stati considerati gravissimi vizi morali. Mi riferisco al nostro tenore di vita che prevede frequenti fine settimana in aereo in città lontane migliaia di chilometri, riscaldamento a 25C in inverno in tutti i locali della casa in modo che possiamo indossare la sola Tshirt, corse in auto di centinaia di chilometri per fare un bagno al mare o una discesa in sci, consumo di cibi freschi fuori stagione oppure provenienti da altri continenti, rinnovo frequente dei guardaroba e addirittura della mobilia, eccetera eccetera. Tutto ciò si riassume in una cosa sola: “consumismo” (che poi gira che ti rigira si riduce tutto al consumo di energia e di ambiente) . Se anche l’umanità non volesse bandire del tutto il consumismo, potrebbe vivere bene semplicemente abbassandone il “livello”, accontentandosi di un po meno.

  2. L’analisi presentata è capziosa in quanto assimila qualsiasi taglio del bosco a un’azione non sostenibile se non criminale. Invece se la gestione del bosco si basa su criteri di sostenibilità, non solo l’utilizzo del legno (intendiamo della quota parte di accrescimento accumulatasi nelle piante mature, non necessariamente in quelle morte), non aggrava la situazione ambientale, bensì la migliora anche con la combustione del legno. Ciò in quanto detta combustione a fini energetici surroga l’impiego di altre fonti energetiche non rinnovabili. Infine c’è da considerare che se le piante mature non vengono utilizzate la capacità di assorbimento del carbonio da parte del bosco risulta ridotta rispetto a un bosco giovane. Ciò significa che un bosco maturo rappresenta un grande contenitore di carbonio tendenzialmente pieno. Se il bosco è gestito secondo i principi della sostenibilità si cercherà di fare in modo che lo stesso massimizzi la sua capacità di assorbire carbonio dall’atmosfera (aumento della biomassa) e utilizzi le piante mature e quelle che, con la propria concorrenza, rallentano la crescita delle piante vicine. Questi tagli tecnicamente si chiamano tagli di maturità e diradamenti. Non si chiamano tagli di disboscamento in quanto disboscamento significa altro. Una foresta vergine rappresenta il più grande contenitore di carbonio immagazzinato in un bosco, ma del tutto pieno. Ogni anno la quantità di carbonio che viene ulteriormente immagazzinata in una foresta vergine è pari a quella che viene rilasciata sotto forma di carbonio ad opera dei bioriduttori.

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