
Incuriosito fin dalla sua partecipazione al Festival del Cinema di Roma 2025, grazie a un recente viaggio in Francia, sono riuscito a vedere Le chant des forêts, ora nei cinema d’oltralpe.
Le chant des forêts non è un film, né un semplice documentario naturalistico: è, prima di tutto, un’immersione sensoriale dentro il cuore pulsante di un bosco. Diretto dal fotografo naturalista francese Vincent Munier, il film ci porta nelle foreste dei Vosgi, in Francia, dove il regista vive e dove ha imparato a osservare il mondo selvatico con occhi attenti e pazienti.
La pellicola è prevista nelle sale italiane nel 2026 (non so se con il titolo inglese Whispers in the woods). Quindi, per chi segue i temi ambientali, questo lungometraggio che parla di boschi e fauna in modo intimo e profondo è assolutamente da tenere d’occhio.
Un’esperienza nel bosco, non dalla sala

Ciò che colpisce immediatamente di Le chant des forêts è lo stile visivo e sonoro: non trovi narrazioni imposte né didascalie snocciolate a ritmo serrato. Qui la foresta si racconta da sé: attraverso il fruscio delle foglie, il battere d’ali di un uccello, lo scricchiolio di un tronco sotto la neve, catturati attraverso le esperienze di vita di tre generazioni. La sensazione, per lo spettatore, è quella di essere appostato accanto a Vincent, a suo padre Michel e a suo figlio Simon, in silenzio nell’affût, respirando lo stesso odore di muschio e corteccia.
E in alcuni momenti si ha la sensazione molto fisica che il bosco stia respirando: l’umidità che sale dal suolo, i vapori che si sollevano come vortici di fumo tra i tronchi, nelle ore notturne, quando i Munier sostano in silenzio per le osservazioni.
I “fumi” e i colori della notte trasformano la foresta in uno spazio quasi onirico, sospeso. Ma non c’è distacco tra chi guarda e ciò che viene osservato. Lentamente ci si sente parte del bosco: non più ospiti ma presenze temporanee, immerse nello stesso respiro collettivo fatto di alberi, animali e buio.
Fauna protagonista, ma senza spettacolarizzazione

Uno degli aspetti più belli e delicati del documentario è il modo in cui la fauna non viene trattata come mero spettacolo, ma come abitanti reali di un ecosistema dinamico. Cervi, volpi, linci e uccelli vari, tra cui il mitico Grand Tétras (il gallo cedrone), non sono “attrazioni”, ma pezzi di un grande mosaico di relazioni ecologiche e temporali.
Non c’è enfasi, non c’è ricerca del momento clou. A volte l’animale appare per pochi secondi, a volte resta nascosto. Anche questo è un messaggio chiaro: la natura non si concede sempre, e non deve farlo. L’osservazione è un privilegio, non un diritto.
Questo stile narrativo, lento e attento, può sorprendere chi è abituato a documentari spettacolari con voice-over pomposi o musica drammatica. Qui, invece, i silenzi valgono quanto i versi degli animali, e spesso è nel vuoto apparente che si percepisce meglio la forza viva della natura: il bosco diventa protagonista quanto i suoi abitanti.
Generazioni e trasmissione del sapere

Un elemento che aggiunge spessore naturale e umano al film è la presenza di tre generazioni della famiglia Munier: Michel, veterano delle osservazioni in natura, Vincent, lo sguardo artistico e appassionato, e Simon, il figlio adolescente al quale viene trasmesso questo patrimonio di esperienza.
Non è solo un approccio narrativo, ma una metafora potente per tutti noi: la conoscenza del mondo naturale, i tempi lenti, i segnali impercettibili, le regole non scritte di un ecosistema, non si improvvisa, si costruisce con anni di presenza, pazienza e rispetto. In un tempo in cui i boschi europei affrontano sfide come i cambiamenti climatici, le specie invasive o la frammentazione degli habitat, questa idea di trasmissione diventa un monito e un invito.
Per chi rispetta la natura davvero
Alla fine, Le chant des forêts non è un film che parla “della foresta”. È un film che cerca di farti “risuonare con la foresta”. È per chi, come noi del Fondo Forestale Italiano, sente che la tutela della natura non è solo protezione passiva, ma una relazione quotidiana fatta di ascolto, osservazione e cura.
Se da un lato può sembrare lento, e forse lo è, perché rispetta i ritmi della natura e non quelli della narrazione televisiva, dall’altro è forse proprio questa lentezza a ricordarci cosa rischiamo di perdere quando scegliamo la rapidità e l’efficienza invece dell’attenzione e della meraviglia.