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Amore, alberi e mitologia

Janus Genelli – Philemon und Baucis vor dem Tempel – (1801)

Una storia d’amore con finale a sorpresa

“Love is in the air”…. si avvicina San Valentino, la festa dell’amore e noi del FFI vogliamo festeggiarla in modo originale. Vi proponiamo una storia antica: la storia di Filemone e Bauci, un mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi.

Filemone e Bauci erano una coppia di anziani contadini, poveri ma generosi. A loro insaputa ospitarono Giove e Mercurio, che li ricompensarono…..come? Leggete la loro storia e, soprattutto, il finale a sorpresa!

Sulla via del ritorno verso Atene, Teseo, in compagnia di Lelege, Piritoo e altri, è trattenuto dal fiume Acheloo in piena, che offre loro la sua ospitalità fino a che la corrente non si sia abbassata. Durante il banchetto, vengono narrati vari racconti: uno dei partecipanti, Lelege, introduce la storia di Filemone e Bauci.

Sui colli di Frigia c’è una quercia vicino a un tiglio, e intorno un muro di altezza modesta. Ho visto io stesso il luogo. Non lontano vi è uno stagno, che un tempo era terra abitabile, ora le sue acque sono affollate di smerghi e di folaghe. Qui venne Giove travestito da uomo e, assieme a lui, il figlio Mercurio.  Bussarono a mille porte, cercando un luogo per riposare, e mille porte si chiusero. Una soltanto li accolse, la porta di una casa piccola, con un tetto di paglia e di canne: là vivevano Bauci, una pia vecchietta, e il suo coetaneo Filemone; uniti dagli anni della giovinezza, erano invecchiati in quella capanna, alleggerendo la loro miseria accettandola e sopportandola di buon animo. Inutile cercare servi e padroni: tutta la casa erano loro due, loro  comandavano e loro obbedivano.

Quando i due dei entrarono nella casetta e attraversarono la soglia, chinando il capo, il vecchio li fece accomodare sopra una panca, sulla quale Bauci distese premurosamente un panno ruvido. Poi smosse sul focolare la cenere tiepida, ravvivò il fuoco del giorno prima, alimentandolo con foglie e corteccia secca, e col suo soffio di anziana fece levare le fiamme; prese dal ripostiglio ciocchi spezzati e rami aridi, li spezzettò e li mise sotto una piccola pentola. Tolse poi le foglie agli ortaggi raccolti nell’orto dal marito. Filemone staccò una spalla affumicata di porco da una trave nera con un forchettone a due punte, e da quella spalla, a lungo conservata, tagliò una piccola parte e la mise a bollire nell’acqua calda. Mentre così si adoperavano, facevano passare il tempo parlando di vari argomenti, e scuotevano il piumino sul letto fatto di morbide erbe di fiume, con sponda e piedi di salice. Sopra vi misero un velo che erano soliti usare solo nei giorni di festa, anch’esso vecchio e logoro: si addiceva a un letto di salice.

Gli dei presero posto. La vecchia, tremando nella sua veste succinta, apparecchiò la mensa, ma si accorse che il tavolo aveva una gamba zoppa; allora, lo pareggiò con un coccio per eliminare il dislivello. Poi pulì la mensa con della mente verde. Misero in tavola olive di due colori, sacre a Minerva la schietta, corniole autunnali in salsa liquida, indivia, ravanelli, una forma di latte cagliato e uova girate sulla cenere tiepida; il tutto in vasi di coccio. Aggiunsero poi un cratere dello stesso materiale e bicchieri di legno di faggio, stuccati al loro interno con cera bionda. Passa appena un attimo; il focolare caldo licenzia i cibi. Si riporta il vino, non molto invecchiato, che poi, messo da parte, lascia il posto al dessert: noci, fichi secchi, datteri grinzosi, prugne, mele fragranti raccolte da tralci purpurei e  appoggiate in ampi canestri.  In mezzo un candido favo. Su tutto aleggiavano facce buone e lo zelo operoso e ricco.

Bauci e Filemone, però, notano che il cratere, più volte vuotato, si riempie da sé, e anche il vino ricresce da sé. Attoniti per il prodigio, e impauriti, i due alzano le mani e cominciano a pregare e a chiedere venia per le scarse vivande e per il servizio inesistente. A guardia della minuscola fattoria c’è una sola oca, che i padroni si preparano ad ammazzare in onore degli dei ospiti; ma l’oca, correndo velocemente, riesce ad avere la meglio sui due anziani, rallentati dall’età. L’oca riuscì a sfuggire e sembrò andare a rifugiarsi dagli dei.

Allora gli dei vietarono di ammazzarla e dissero: “Noi siamo dei! I vostri empi vicini sconteranno il castigo che si meritano; a voi, invece, sarà concesso di restare immuni da questo male, purché lasciate la vostra casa, seguiate i nostri passi e veniate insieme a noi in cima al monte”. I due ubbidirono e, appoggiati al bastone, camminarono faticosamente lungo tutto il pendio. Distavano dalla vetta un tiro di freccia, quando, girando gli occhi, videro che tutto era stato sommerso da una palude: restava soltanto la loro capanna. Mentre guardano, e piangono il destino dei loro vicini, la loro vecchia capanna, piccola anche per due persone, si trasforma in un tempio: colonne al posto dei pali, la paglia del tetto che diventa biondo oro, porte cesellate, suolo ricoperto di marmo. Il figlio di Saturno, Giove, dice con voce benigna: “Dite quello che desiderate, tu, buon vecchio e tu, donna degna del tuo onesto sposo”. Scambiate poche parole con Bauci, Filemone comunica agli dei la scelta fatta di comune accordo “Chiediamo di essere sacerdoti e guardiani del vostro tempio, e poiché siamo vissuti d’accordo tanti anni, che ci porti via la stessa ora: non voglio vedere la tomba di mia moglie e neanche essere sepolto da lei”.

Il desiderio fu esaudito: furono guardiani del tempio, finché ebbero vita. Poi, sfiniti dagli anni, mentre stavano di fronte ai gradini e raccontavano la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde; il vecchio Filemone vide Bauci coprirsi di fronde. Già una cima cresceva sui loro due volti, ma finché poterono, continuarono a scambiarsi parole “Addio, amore” – dissero insieme, e insieme la scorza li coprì e li nascose.

Ancor oggi i Bitini mostrano due tronchi vicini che derivano dal doppio corpo. Me l’hanno raccontato vecchi sinceri, che non avevano motivo di mentire: io stesso ho visto le corone pendenti sui rami, e io stesso ne ho appese altre fresche, dicendo: “Sia dio chi è caro agli dei, abbia onore chi rese onore”.

Liberamente tratto e adattato da A. Perutelli, G. Paduano, E. Rossi, Storia e testi della letteratura latina, © Zanichelli 2010

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