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Il tempo dei boschi: carbonio, biodiversità e il ritorno delle foreste

Infografica didattica del Fondo Forestale Italiano sulla successione ecologica secondaria. L'illustrazione mostra l'evoluzione temporale di un ecosistema: dal prato agli arbusti, fino alla formazione di un bosco pioniere e di una foresta matura (climax) con alberi ad alto fusto e legno morto. Rappresentazione grafica del ripristino naturale della vegetazione e della biodiversità forestale in Italia. Il tempo dei boschi: carbonio e biodiversità
Le fasi della successione ecologica secondaria: dall’insediamento delle specie pioniere alla formazione di una foresta matura (climax).

Negli ultimi decenni, in molte aree del nostro Paese l’abbandono delle attività agricole e pastorali ha permesso alla natura di riprendersi lentamente spazio. Prati, pascoli e campi non più coltivati sono stati progressivamente colonizzati da arbusti e alberi, dando origine a nuovi boschi nati senza intervento umano diretto. Questo processo spontaneo rappresenta oggi uno dei fenomeni ecologici più rilevanti in Italia, dei primordi di bosco che accrescono le statistiche sulla superficie forestale nazionale.

Ma cosa succede davvero quando un bosco rinasce? Quali benefici porta in termini di mitigazione climatica e biodiversità? E, soprattutto, quanto tempo serve perché un bosco esprima pienamente il proprio valore ecologico?

Una recente ricerca1 pubblicata su Forest Ecology and Management aiuta a rispondere a queste domande, offrendo spunti importanti anche per chi, come il Fondo Forestale Italiano, lavora per la custodia permanente dei boschi.

Foreste che tornano: uno sguardo lungo tutta la penisola

Lo studio di Orzan et al. analizza 16 cronosequenze distribuite lungo tutto lo Stivale, dalle Alpi fino alle regioni mediterranee. Le cronosequenze permettono di confrontare siti che rappresentano diverse fasi della successione naturale: dalle praterie abbandonate, agli arbusteti, fino ai boschi formatisi fino a circa 70–75 anni dopo l’abbandono dell’uso agricolo o pastorale.

L’obiettivo è comprendere come cambiano nel tempo due funzioni fondamentali degli ecosistemi forestali:

  • lo stoccaggio del carbonio, cruciale per contrastare il cambiamento climatico;
  • la biodiversità vegetale, in particolare quella delle specie erbacee del sottobosco.

Più bosco, più carbonio

Il primo risultato è netto e coerente in tutti i siti: con l’avanzare della successione forestale, la quantità di carbonio immagazzinata aumenta in modo significativo. Gli alberi accumulano

    biomassa, il suolo si arricchisce di sostanza organica e l’ecosistema nel suo complesso diventa un importante serbatoio di carbonio atmosferico.

    Dal punto di vista climatico, l’espansione forestale spontanea si conferma quindi una straordinaria alleata naturale, capace di fornire benefici rapidi e misurabili su una scala temporale relativamente breve.

    Il lato meno intuitivo: cosa succede alla biodiversità erbacea

    Fitta densità di alberi giovani in un bosco italiano, esempio di foresta chiusa e uniforme con scarsa vegetazione nel sottobosco.
    Un bosco giovane e uniforme dove la chiusura della chioma riduce la luce al suolo, limitando temporaneamente la biodiversità erbacea prima di raggiungere la maturità ecologica.

    Diverso è il quadro che emerge osservando la biodiversità delle specie erbacee del sottobosco. All’interno dei primi 70–75 anni di sviluppo del bosco, nella maggior parte dei siti analizzati si osserva una progressiva diminuzione del numero di specie erbacee.

    La spiegazione è ecologica: con la chiusura della copertura arborea, la luce che raggiunge il suolo diminuisce, la competizione aumenta e molte specie tipiche degli ambienti aperti scompaiono.

    L’unica eccezione significativa è rappresentata dal sito della Basilicata, dove la biodiversità erbacea mostra un andamento diverso, probabilmente legato a specifiche condizioni climatiche, ambientali del territorio.

    A questo punto, la conclusione potrebbe sembrare scomoda: più il bosco cresce, meno è biodiverso. Ma questa lettura ignora un elemento fondamentale.

    Il problema non è il bosco, è il tempo di osservazione

    Il punto chiave dello studio è spesso implicito ma decisivo: 75 anni sono molti per una comunità umana, ma pochi per un ecosistema forestale. Un bosco di 70 anni è ancora un bosco giovane.

    Ed è qui che il confronto con un secondo studio scientifico2 diventa illuminante. In questo caso, l’analisi si estende su una cronosequenza molto più lunga, fino a circa 400 anni dall’ultimo disturbo, osservando faggete dell’Appennino centrale.

    I risultati mostrano che la biodiversità del sottobosco non diminuisce indefinitamente, ma segue un andamento a U:

    • relativamente alta nelle fasi iniziali,
    • bassa nei decenni centrali, quando il bosco è più chiuso e uniforme,
    • in aumento nelle fasi più mature, quando la foresta raggiunge un nuovo equilibrio.

    Quando il bosco diventa davvero maturo

    Nei boschi molto vecchi la struttura cambia profondamente: gli alberi hanno età e dimensioni diverse, la copertura della chioma non è più uniforme, si aprono radure naturali, aumenta il legno morto e si diversificano i microhabitat. Il sottobosco torna a ricevere luce in modo disomogeneo e si creano le condizioni per l’insediamento di specie forestali specializzate, spesso di grande valore ecologico.

    Questo processo richiede molte decine o centinaia di anni: un tempo che sfugge alle unità di misura della pianificazione umana, ma che è perfettamente coerente con il funzionamento naturale degli ecosistemi forestali.

    Carbonio e biodiversità: non un conflitto, ma ritmi diversi

    Letti insieme, i due studi raccontano una storia chiara:

    • nei primi 70–75 anni l’espansione forestale spontanea massimizza rapidamente lo stoccaggio di carbonio, mentre la biodiversità erbacea può diminuire;
    • su tempi più lunghi il bosco evolve verso una maggiore complessità strutturale e la biodiversità del sottobosco torna a crescere.

      Il presunto conflitto tra carbonio e biodiversità non è quindi reale, ma dipende dalla scala temporale di osservazione. Le due funzioni non si escludono: semplicemente maturano a velocità diverse.

      Custodire un bosco significa custodire il tempo

      Per il Fondo Forestale Italiano, questo messaggio è centrale. Custodire un bosco non significa inseguire risultati immediati, ma garantire continuità, assenza di disturbi e libertà evolutiva.

      La biodiversità più ricca e preziosa non sempre è quella che vediamo subito, ma quella che emerge solo quando al bosco viene concesso ciò che più spesso gli neghiamo: il tempo lungo della natura. In un’epoca dominata dall’urgenza, i boschi ci insegnano una lezione radicale: alcuni dei benefici più importanti nascono lentamente, ma durano molto più a lungo.


      1. Orzan, Lorenzo et al. (2026). As forests reclaim the land: Latitudinal variations in carbon-biodiversity trade-offs under natural forest expansion in Italy. Forest Ecology and Management. https://doi.org/10.1016/j.foreco.2026.123527
      2. Bartha, Sándor et al. (2020). Unimodal Relationships of Understory Alpha and Beta Diversity along Chronosequence in Coppiced and Unmanaged Beech Forests. Diversity. https://doi.org/10.3390/d12030101

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