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L’Elefante Bianco tra i Larici: Sliding Centre a Cortina 2026

la pista da bob di Cortina in costruzione per le Olimpiadi 2026. Sliding centre 2026
Le immagini dei lavori per la pista da bob di Cortina per le Olimpiadi 2026 

Mentre le Olimpiadi Invernali sono ufficialmente iniziate, il paesaggio di Cortina d’Ampezzo porta i segni profondi di una scelta che sfida la logica economica ed ecologica. La storia dello Sliding Centre non è solo quella di un cantiere frenetico, ma di un consapevole fallimento della memoria.

Il fantasma della “Eugenio Monti”: un precedente ignorato

Eugenio Monti e Renzo Alverà nella gara olimpica del bob a due a Cortina d'Ampezzo 1956.
Eugenio Monti e Renzo Alverà nella gara olimpica del bob a due a Cortina d’Ampezzo 1956.

Cortina possedeva già una storia legata al bob, e quella storia avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. La storica pista Eugenio Monti, costruita nel 1923 e simbolo dei Giochi del 1956, è stata ufficialmente dismessa nel 2008 proprio per insostenibilità economica. I costi di gestione e manutenzione erano diventati una voragine per le casse locali, trasformando un’icona dello sport in un rudere di cemento invaso dalle erbacce.

Nonostante questo precedente, si è scelto di non procedere a una riqualificazione leggera o, come il buon senso e l’ecologia avrebbero suggerito, a una rinaturalizzazione dell’area. Al contrario, si è optato per un impatto ancora più devastante: l’abbattimento di un intero ecosistema nel bosco di Ronco per costruire un nuovo “mostro”.

Il “No” al CIO e il nazionalismo anacronistico

L’aspetto più critico riguarda il totale disprezzo per le linee guida internazionali. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), attraverso l’Agenda 2020, aveva espresso parere contrario alla costruzione di un nuovo impianto a Cortina, suggerendo caldamente il riutilizzo di strutture esistenti.

La pista di bob di Innsbruck, situata in località Igls
La pista di bob di Innsbruck, situata in località Igls.

L’opzione più logica era la pista di Innsbruck, situata a poche ore di distanza e già operativa. Questa scelta avrebbe azzerato il consumo di suolo e ridotto i costi a una frazione del budget attuale. Tuttavia, la politica ha preferito la via del cemento “nazionale”, ignorando l’appello alla sostenibilità globale per rincorrere un prestigio di facciata che oggi, tra fango e cavi scoperti, appare quantomeno sbiadito.

L’Elefante Bianco: un baratro finanziario

Il termine “elefante bianco” nel gergo olimpico definisce infrastrutture costose da costruire e ancora più onerose da mantenere, che finiscono per cadere in disuso.

La pista olimpica di bob e slittino del Trebević  è un ex impianto sportivo per la pratica del bob e dello slittino situato sul monte Trebević, nella periferia orientale di Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina.
Nel 1984 la pista ospitò le gare dei XIV Giochi olimpici invernali.
Pista olimpica di bob e slittino del Trebević-Sarajevo oggi
  • Sarajevo 1984 (Il monito): come evidenziato dall’articolo citato, la pista di bob e slittino sul monte Trebević è oggi un ammasso di cemento ricoperto di graffiti e vegetazione. Sebbene la guerra dei Balcani abbia accelerato il degrado, Sarajevo rimane il simbolo di come impianti iper-specializzati non abbiano mercato al di fuori dell’evento olimpico.
  • Torino 2006 (Il caso italiano): non dobbiamo guardare lontano per trovare un esempio negativo. La pista di bob di Cesana Pariol, costata circa 110 milioni di euro, è stata chiusa nel 2011 a causa degli insostenibili costi di gestione (oltre 2 milioni l’anno) e della pericolosità legata all’ammoniaca dell’impianto di refrigerazione. Oggi è un relitto industriale nel cuore delle Alpi.
  • Sochi 2014 e Pyeongchang 2018: queste edizioni hanno visto investimenti faraonici. A Pyeongchang, lo stadio olimpico è stato demolito quasi subito dopo i Giochi per evitare costi di manutenzione, mentre alcune piste da sci sono state realizzate radendo al suolo foreste secolari (come sul monte Gariwang), con promesse di riforestazione che faticano a concretizzarsi.

Il confronto economico tra il passato e il presente è impietoso e delinea i contorni del classico Elefante Bianco:

  • Pista Dismessa (2008): chiusa perché insostenibile.
  • Nuovo Sliding Centre: da una stima iniziale di 50-60 milioni di euro, i costi sono lievitati oltre i 120 milioni di euro di fondi pubblici.
  • L’eredità del debito: a queste cifre si aggiungeranno costi fissi di gestione (refrigerazione, personale, sicurezza) stimati in circa 1,5 – 2 milioni di euro all’anno. Una cifra che, in assenza di un piano di utilizzo realistico, condanna l’opera all’abbandono immediato post-evento.

Il “Laricidio” e la fragilità delle promesse

Le istituzioni hanno promesso la messa a dimora di 6.000 nuovi alberi per “compensare” il bosco di Ronco.

Ecco gli esiti della verifica:

1. La “messa a dimora”: realtà o annuncio?

Ad oggi, non risulta un avvio massiccio della riforestazione nelle aree interessate dal cantiere di Ronco. Il cronoprogramma dei lavori, gestito dalla società SIMICO (Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026), è attualmente concentrato sulla chiusura della parte infrastrutturale.

  • Il dato: il piano prevede la messa a dimora di circa 6.000 nuovi esemplari per compensare i circa 500-600 larici abbattuti (un rapporto di 10 a 1).
  • La criticità: gli esperti forestali e le associazioni (come il CAI) sottolineano che la maggior parte di queste messe a dimora potrà avvenire solo a cantiere chiuso, ovvero a ridosso o addirittura dopo la fine dei Giochi (molte opere di “legacy” sono previste tra il 2026 e il 2033).

2.“Dove” stanno piantando?

Questo è il punto più controverso dell’inchiesta. Non esiste ancora una mappa pubblica dettagliata dei siti di messa a dimora.

  • Delocalizzazione: una parte della riforestazione non avverrà nell’area del Ronco (ormai occupata dalla pista e dalle relative zone di sicurezza), ma in aree limitrofe o in altre zone del Comune di Cortina d’Ampezzo individuate per il ripristino boschivo.
  • Il paradosso del suolo: come evidenziato dalle relazioni tecniche, il danno ambientale non è legato solo al numero di alberi, ma al cambio di destinazione d’uso del suolo. L’area di Ronco è passata da “bosco di protezione” a “area semi-edificata”. Piantare alberi altrove non ripristina la funzione idrogeologica e climatica del versante specifico che è stato cementificato.

3. La qualità della compensazione

Le promesse istituzionali parlano di un “bosco più giovane e sano”, ma l’ecologia forestale smentisce la validità immediata di questo scambio:

  • Larici secolari vs piantine: i larici abbattuti avevano un’età stimata tra i 100 e i 200 anni. Una piantina appena messa a dimora impiegherà almeno 40-50 anni per raggiungere una capacità di assorbimento della CO2 paragonabile a quella di un albero adulto.
  • Servizi ecosistemici: il “buco” ecologico creato rimarrà scoperto per decenni. La biodiversità legata ai larici secolari (insetti, funghi, avifauna specifica) non si trasferisce automaticamente sui nuovi impianti.

Conclusione

L’Elefante Bianco di Cortina è l’emblema di una visione del mondo dove il cemento ha la priorità sulla vita. Cortina 2026 rischia di essere ricordata non per lo spirito sportivo, ma per l’ostinazione nel nutrire un colosso inutile a scapito dell’unico patrimonio realmente irriproducibile: le nostre foreste alpine.

Per il Fondo Forestale Italiano, la vera vittoria sarebbe stata vedere quei 120 milioni investiti nella protezione dei boschi esistenti, non nella loro distruzione.

Una risposta

  1. Buongiorno,
    ha ancora senso a qualcuno (ad esempio al comitato organizzato dei giochi olimpici) per protestare? A parte donare soldi per acquistare un altro bosco da proteggere, a livello individuale cosa possiamo fare? Grazie.

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