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pensieri e idee

Il Blog

Mondo (racconto breve di Roberto Anzellotti)

E’ un vero piacere per me condividere con voi il racconto breve di Roberto Anzellotti, amico e scrittore, nonché ambientalista.

Il racconto è tratto dalla raccolta “Storie dell’alfabeto”, edito da Lupi editore, il libro è reperibile su Amazon al link: https://www.amazon.it/STORIE-DELLALFABETO-ROBERTO-ANZELLOTTI/dp/1983190136

Il libro tratta di varie tematiche, affrontate con arguzia ed originalità dall’autore, ma almeno due storie hanno argomenti ecologici.

Ho scelto “Mondo” per la sua visione ambientale globale.

MONDO

"Non voglio fare quella che si lamenta, la piagnucolosa, però amica mia,non sembra anche a te che una signora di mezz’età come me, andrebbe trattata con un po’ più di rispetto? In fondo i miei quattro miliardi di anni me li porto niente male";
stava dicendo Gaia a sua sorella minore Selene: quelle due erano insieme da sempre, praticamente erano inseparabili; certo, erano molto diverse l’una dall’altra: Gaia viva, piena di progetti, sempre in evoluzione, mentre Selene anche se un po’ più giovane, era una ragazza posata, calma che aveva abbandonato da tempo le irruenze giovanili.
"Io, lo sai, son sempre stata una testa calda, ti ricordi come ero
vulcanica, letteralmente, da giovane? Le mie eruzioni erano famose in tutto il sistema solare. Non stavo ferma un attimo, le mie placche tettoniche le spostavo un po’ di qua, un po’ di là, sempre in cerca di una soluzione estetica definitiva; non parliamo poi dei mari e degli oceani, mai una volta che ne sia stata soddisfatta, ne continuavo a creare in continuazione e mai che mi sia accontentata";

Le due sorelle erano delle podiste instancabili, non si fermavano mai, il loro percorso era costante e quasi immutabile nei sentieri solari, insieme a tutta la famiglia, con cui, a dir la verità, avevano pochi contatti e molto distaccati, anche se a volte, qualcuno di loro, soprattutto quel paraplegico di Ares, cercava di attaccare bottone con qualche grosso meteorite che Gaia rifiutava sempre…beh quasi sempre, un paio di volte il “regaluccio” era arrivato a segno e lei ne portava ancora le cicatrici, ben camuffate dal suo sistema climatico e tettonico, ma a guardar bene si notavano ancora.
Non si rivolgevano più la parola da allora.
Con gli altri ci si salutava nelle occasioni dei rari avvicinamenti delle orbite; freddamente con Venere, carattere troppo bollente ed a Giove era meglio non dare troppa confidenza, ti avrebbe, altrimenti, risucchiato nei suoi giochi pesanti con gravità e attrazione. Era un ciccione pieno di sè, ma inconcludente: in tutto quel tempo non era riuscito a formarsi un seppur minimo cuore roccioso, era rimasto tutto gas e vento.


"Insomma cara mia, che ti succede?",
chiese Selene nella sua fase piena.
"Non so bene, ma da un po’di tempo sento che delle creature, e tu sai quante creature io ho sempre ospitato, è il mio hobby possiamo
dire anche se nessun altro fratello del sistema mi ha mai seguito in questa mia passione anzi spesso mi hanno tacciato di pazza e stramba, beh pazienza, a me piace sentire il brulichio di tutti quegli esseri viventi sulla mia pelle e adoro dare loro le mie risorse per poter vivere in armonia; comunque dicevo che da un po’ di tempo delle creature mi stanno dando dei problemi".

Tirò un attimo il fiato Gea, non era molto abituata a fare lunghi discorsi, ma ora doveva sfogarsi, doveva parlare
"Mi perforano la crosta, mi bruciano i terreni con foreste e boschi, mi sconvolgono gli equilibri ecologici, avvelenano i mari, mi stanno riempiendo sottopelle di prodotti di scarto che non riesco ad assorbire e che mi terrò lì ad irritarmi chissà per quanto tempo".
Selene ascoltava assorta e dentro di se si congratulava con se stessa per non aver mai permesso che la vita si sviluppasse sulla sua superficie; lei amava la sua pelle nivea anche se piena di cicatrici, l’immobilità della sua crosta, la praticamente nulla azione tettonica, amava il suo piccolo nucleo, il suo cuore,
che non le dava stimoli sussultori, in parole povere amava la tranquillità, la stasi, il silenzio. Gaia, invece, era sempre alla ricerca del nuovo, del cambiamento e poi si ritrovava in quelle condizioni.
"Sorella mia",
continuò Selene
"scrollateli di dosso, non so una bella serie di terremoti in concomitanza di eruzioni vulcaniche, maremoti, insomma vedi tu, le risorse non ti mancano"

"Guarda, Selene, credi che non ci abbia già pensato? Ma questi cosi ormai sono diventati così numerosi, hanno occupato tutto il pianeta, dall’artide all’antartide, zone tropicali, equatoriali, steppe, deserti, isole, tutto insomma. Non riuscirò a disinfestare la mia crosta, accidenti".

Gea ebbe a quel punto come un brivido interno che generò sulla sua superficie una serie di scosse telluriche che innalzarono ancora un po’ le catene montuose della zona orientale dell’emisfero nord, con sommo terrore da parte delle creature parassitarie di cui si stava lamentando, la qual cosa le fece molto piacere, ma non placò la sua rabbia.

"Ti ricordi",
continuò la madre Gea con voce sognante
"le mie immense foreste che ricoprivano quasi tutti i continenti? Beh, la maggior parte di esse sono sparite, distrutte, andate letteralmente in fumo, sostituite da ammassi di cemento o peggio trasformate in distese monotone e quasi senza vita di monocolture vegetali"".
Rimasero un attimo in silenzio le due sorelle celesti, ognuna di loro rincorrendo i propri ricordi di gioventù, l’ebbrezza dei primi raggi del nuovissimo padre sole che raggiungevano le loro superfici, la formazione dei primi elementi chimici complessi e da lì il salto alla vita, almeno per Gea, fu uno scherzo da ragazzi; che sensazione sentir tutta quell’energia vitale, trasformare luce solare, elementi chimici inerti, calore in qualcosa di assolutamente nuovo e cangiante. Nel giro di pochissimo tempo, un miliardo di anni, più o meno, le cellule procariote, semplici ed elementari, vederle trasformarsi in immense creature attive ed in continua evoluzione. Bello e stimolante.
Fino a quando non apparvero questi ultimi arrivati, bipedi e arrogantissimi. Senza nessun rispetto per la loro madre e padrona di casa, prendendo ed arraffando tutto ciò che volevano.


"Io non ce la faccio più",
si lamentò ancora Gea
"Se in pochissimo tempo, in fondo saranno passati si e no un centomila anni appena dalla loro prima comparsa, sono riusciti a ridurmi in questo stato, nel prossimo milione di anni che cosa combineranno? Ma lo sai che mi si stanno sciogliendo le due calotte polari? Io che le consideravo i miei due gioielli
più belli..."

"Povera sorellina",
esclamò Selene
"che pensi fare, dunque? "

"Ho provato a chiedere consiglio ed aiuto ai nostri fratelli pianeti, a parte Ares, io con quello non ci parlo più, a costo di scomparire di scena.",

disse Gea


"Beh, non ci crederai ma nessuno mi ha risposto, solo Venere
con la sua solita alterigia mi ha mandato a dire che me lo merito, che così imparo a dare ospitalità a quelle cose brulicanti e che a lei non importa nulla se mi distruggono".

A questo punto la sua voce si fece stridula e quasi isterica,

"Quel pallone gonfiato di Giove si è limitato ad eruttare
un po’ di metano ed ammoniaca con fare sardonico!

una pausa in cui le due sorelle rimasero in silenzio continuando a percorrere i loro cammini siderali sempre insieme, legate da vincoli gravitazionali equilibratissimi.
"Ne vuoi sapere un’altra?"
riprese Gaia,
"Quei pazzi bipedi da pochissimo tempo hanno iniziato a giocare con i miei elementi più pericolosi, sai quelli che ho sempre tenuto ben al sicuro tra tonnellate di rocce e in profondità; costoro son riusciti ad individuarli, ad estrarli e addirittura ad arricchirli, potendo in questo modo disporre di un’energia pari soltanto a quella di nostro padre il Sole".
Selene rabbrividì mentre Gea continuava con le sue geremiadi.
"Mi hanno fatto male! A me, la loro madre. Quelle esplosioni con quegli elementi arricchiti mi hanno fatto male, hanno gettato nell’atmosfera tonnellate di veleni radioattivi e tu cara Selene sai come la tratto io la mia atmosfera; persino nei miei bei mari hanno fatto esplodere quelle loro porcherie".
Quasi piangeva la povera Gea
"Io non ce la faccio più a riparare i danni che questi incoscienti mi stanno provocando, eppure di segnali gliene ho mandati, ma loro niente, continuano con i loro inquinamenti indiscriminati, continuano a creare immondizia indigeribile per i miei sistemi di smaltimento: mi stanno uccidendo".
Gea era veramente adirata, si scosse di nuovo, raccolse tutte le sue forze, compresse al massimo tutte le sue faglie tettoniche, fece in modo che il suo nucleo fuso rilasciasse verso la superficie valanghe di fuoco e lava, creò le condizioni per migliaia di uragani e tifoni, i suoi tsunami spazzarono le coste di tutti i continenti. Era veramente furiosa, ma ancora non bastava tutto ciò per scrollarsi di dosso quei parassiti.
Selene la aiutò: con un grande sforzo avvicinò la sua orbita a Gea creando in questo modo enormi ondate di marea e sconvolgendo le comunicazioni dei bipedi ormai basate quasi esclusivamente sui satelliti artificiali che ronzavano al di fuori dell’atmosfera di Gea, facendoli precipitare tutti.
Fu il caos.
Dal deserto del Gobi all’isola di Manhattan, dalle grandi capitali europee alle savane africane, dalle jungle amazzoniche alle steppe sub artiche, tutto il pianeta era in subbuglio, disastri e olocausti si susseguivano come mai era successo prima. Ormai gli umani erano ridotti a brandelli, tutta la loro tecnologica società era andata a pezzi, erano più di cento anni ormai che il pianeta sembrava impazzito; le grandi città erano state distrutte da qualche cataclisma o abbandonate dagli abitanti perché ormai invivibili o inutili non avendo più una base tecnologica che le potesse mantenere in vita.
La popolazione era stata decimata, dai sette miliardi si era passati nel giro di un secolo a meno di cinquecento milioni di umani che se la passavano molto male. L’agricoltura era tornata ai livelli di diecimila anni prima e lemalattie e le epidemie mietevano migliaia di vittime ogni anno.

L’uomo si stava estinguendo.
Le notti, le poche notti tranquille, senza uragani e con il cielo sereno, gli sparsi umani sollevavano lo sguardo al cielo stellato, cercando nei suoi disegni misteriosi un perché a tutti quei disastri; alcuni si rivolgevano agli dei, altri direttamente alle stelle, solo pochi, pochissimi capirono che era Gea la responsabile di tutto, che la colpa era loro e solo loro per non aver rispettato la Grande Madre ed ora Lei se li stava scrollando di dosso.
Cercarono in tutti i modi di calmare la Sua furia, ma ormai gli elementi si erano messi in moto, le leggi della fisica e della geotermica una volta innescate non poteva fermarle più nemmeno la Madre.
Sempre sotto le sferzate della natura scatenata, gli ormai pochi
sopravvissuti vagavano impauriti e sconvolti dalla fame e dalle malattietra antiche pianure brulle e resti anneriti di grandi città, sempre in cerca di qualcosa da mangiare e di un riparo sicuro dalle belve che inspiegabilmente avevano risentito poco della furia di Gea.

Finalmente la Grande Madre era soddisfatta, le era bastato poco per

scuotersi dalla pelle quelle fastidiosissime creature, senza creare
nemmeno troppi problemi agli altri suoi ospiti, incolpevoli e anzi vittime anche loro della pazzia dei bipedi.
Ora che anche l’ultimo di loro era sparito, Gea rimase un attimo ( qualche centinaia di migliaia di anni, in realtà ) assorta in nuovi progetti, aveva già adocchiato quei piccoli animali che correvano tutto il giorno su e giù per gli alberi, con le loro code piumose molto carine e quelle loro zampette prensili. Magari ci poteva tirar fuori qualcosa da quegli esserini; si mise all’opera giocando con le leggi dell’evoluzione, aspettando per vedere che cosa ne sarebbe uscito fuori.

Lei di tempo ne aveva tanto, tantissimo.

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