Gli abbattimenti degli alberi nelle città. Cosa dice la legge.

  • ccmm
  • 9 Giugno 2020
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Sempre più spesso si assiste a veri e propri moti di indignazione popolare nei confronti della gestione del verde urbano.  In certi casi di tratta di esagerate percezioni del danno. Tutti infatti dobbiamo essere consapevoli che un albero che cresce in città non può essere lasciato cadere a terra: oltre che un serio rischio alla pubblica incolumità, rappresenta sempre una ghiotta occasione per gridare al pericolo, e spingere le pubbliche amministrazioni a tagliare ancor di più, in via prudenziale.

Nella grande maggioranza dei casi, invece, i cittadini di indignano a piena ragione. Nei criteri di gestione del verde urbano, il rischio reale che viene preso in considerazione non è sempre quello legato alla sicurezza dei cittadini, bensì quello relativo alla sicurezza degli amministratori e dei dirigenti, e non si riferisce alla loro incolumità, ma alla sicurezza del posto di lavoro e dal rischio derivante da possibili responsabilità civili o penali. Questa politica del toglier gli alberi per togliersi la responsabilità, è forse la vera patologia del sistema.

Ci saranno sicuramente anche molti abusi, forse non proprio legati al 5G, quanto piuttosto alla necessità, da parte dei comuni, di economizzare gli interventi al di sotto di ogni ragionevole soglia, oppure di incrementare la raccolta “differenziata” dell’organico, per non incorrere in sanzioni UE, gonfiandola con gli scarti vegetali compostabili. Ovviamente simili condotte sono oltre la legalità.

La gestione degli alberi urbani consiste nella responsabile accettazione del rischio da parte del pubblico amministratore, che operi con la cura del buon padre di famiglia. Altro purtroppo non è auspicabile.

La normativa nazionale in proposito, la Legge n. 10 del 2013, lascia ai comuni la totale competenza, e si limita a dare delle raccomandazioni. Se prevede obblighi, non fissa sanzioni in caso di inadempienza. Anche le recenti Linee Guida del Ministero dell’Ambiente, nonché i pareri del Comitato per il Verde Pubblico non sono vincolanti per i comuni. Le uniche regole si troveranno pertanto nei singoli regolamenti comunali. Generalmente, tali regolamenti prevedono che, per procedere all’abbattimento, sia necessaria una perizia di stabilità, redatta da un tecnico abilitato, che mostri come l’abbattimento sia l’ultima ratio, valutate ed escluse ragionevolmente ipotesi alternative. Su questo argomento è tuttavia difficile orientarsi, visto che in moltissimi casi troviamo perizie e controperizie che si contraddicono palesemente. Vale la regola generale di diffidare di analisi effettuate da chi possa avere interesse all’abbattimento degli alberi che si stanno valutando.

Tuttavia, anche in questo caso, i rischi per i trasgressori sono veramente bassi: l’unica sanzione applicabile per il mancato rispetto degli atti comunali, in questo settore, è quella prevista del Testo Unico degli Enti Locali, ed in genere consistente in cinquanta euro.

A poco serve, ahimè, invocare le normative sulla protezione delle nidificazioni. La distruzione di nidi o il disturbo all’avifauna sono infatti sanzionabili solo se avvengono “deliberatamente”, cioè con volontà e coscienza dell’atto. Un abbattimento di alberi in primavera, pertanto, che sia motivato da altre esigenze, difficilmente potrà essere considerato da un giudice come atto deliberato. Per l’applicazione di questa previsione penale bisognerebbe che vi sia un esplicito provvedimento amministrativo che, per il particolare intervento, preveda espressamente il divieto per evitare disturbo alle nidificazioni. È il caso, ad esempio, di aree tutelate ai sensi della Direttiva Habitat o della Direttiva Uccelli, il cui vincolo assai raramente interessa aree urbane. Se l’area in cui avviene l’intervento è tutelata da un vincolo paesaggistico istituito con apposito decreto ministeriale, allora è probabile che sia necessaria la prevista autorizzazione, anche se in questo caso possono esservi deroghe, per cui è sempre bene fare le opportune verifiche.

Esiste anche la possibilità che la pianta sia tutelata per la sua monumentalità. In questo caso si devono consultare i registri approntati dalle singole regioni, o quello ufficiale del Ministero dell’Agricoltura.

Molto spesso l’indignazione dei cittadini è così acuta che essi, da soli o riuniti in comitati, fanno esposti alla polizia giudiziaria o alla procura. Tuttavia esposti troppo complessi e reiterati nel tempo possono saturare il lavoro degli organi di controllo e della magistratura, ed ottenere il controproducente effetto della scarsa considerazione delle istituzioni a questo tipo di segnalazioni.

Il livello della lotta, pertanto, non è a “suon di esposti”, bensì squisitamente politico. Sarebbe necessario che le leggi obbligassero i comuni ad istituire consulte di cittadini o di associazioni, per partecipare alla stesura dei piani e dei programmi sul verde urbano. Non solo.  sarebbe opportuno che i delegati della società civile possano godere di particolari forme di giustificazione  di assenza dal lavoro, come già avviene in seno alla legislazione per la partecipazione sindacale, o per chi si reca a donare il sangue. Tutto sommato, anche donare il proprio tempo alla partecipazione civica non è un atto meno importante.

Su questi punti c’è ancora molto da “combattere”.


Una risposta

  1. Condividere con i cittadini è la soluzione. Gli amministratori lavorano per i cittadini. Io non capisco perchè a volte i sindaci si impuntano a tagliare quando i cittadini protestano in forza.

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