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Foto tratta da Onofri et al., 2013. 

Le galle, o cecidi, sono il risultato di anomalie (iperplasie e ipertrofie) nello sviluppo dei tessuti vegetali indotte a seguito della particolare interazione tra la pianta ospite e un organismo parassita (“galligeno” o “cecidogeno”), che utilizza il cecidio come riparo e fonte di cibo. Possono formarsi su praticamente tutti i tessuti in accrescimento della stragrande maggioranza delle piante, siano esse conifere o latifoglie a portamento arboreo, arbustivo o erbaceo, compresi muschi e licheni.

Le galle rappresentano uno dei più notevoli prodotti dell’evoluzione biologica e una delle più complesse, intime e affascinanti forme di interazione animale-pianta. Costituiscono inoltre un ecosistema in miniatura che coinvolge oltre al galligeno, anche altri individui di specie differenti, con questo legati da rapporti di predazione, parassitismo, parassitoidismo, commensalismo e successione.

Le galle fin dal V secolo a. C. attirarono l’attenzione non solo di naturalisti come Teofrasto, Dioscoride e Plinio, ma anche di persone comuni che le raccoglievano e le commercializzavano, in special modo quelle delle querce, perché il loro elevato contenuto in tannini le rendeva utili nella concia delle pelli, nella tintura della lana, nella produzione di inchiostri e anche come medicinali.

Il complesso universo galle-piante ospiti non fu però mai veramente indagato fino al XVII secolo, con gli importanti contributi dei naturalisti Francesco Redi e Federico Cesi, autori di manoscritti sulle galle corredati da tavole iconografiche, e del medico e fisiologo Marcello Malpighi, che nel suo trattato “Anatome Plantarum” dedicò un intero capitolo (“De Gallis”) alla trattazione dei cecidi e dei loro induttori. In particolare Malpighi è considerato il padre della cecidologia e le sue interpretazioni dei meccanismi alla base della formazione della galle non si discostano troppo dalla visione attuale.

Gli organismi galligeni appartengono ad una grande varietà di taxa, tra loro anche molto distanti: virus, fitoplasmi, batteri, piante, alghe, funghi, nematodi, acari, insetti  e i loro cecidi variano enormemente per forma e dimensioni andando da semplici arrotolamenti parziali della lamina fogliare e piccole pustole (pseudo galle) fino a strutture più complesse e articolate, spesso dalla forma bizzarra, tanto da venire scambiati per frutti da insetti e uccelli.

A seconda del tipo di induttore, distinguiamo tra fitocecidi (batteri, funghi e piante) e zoocecidi (artropodi e nematodi) o, ancor più in dettaglio, acarocecidi, ditterocecidi e così via.

Per quanto riguarda gli Artropodi, i gruppi tassonomici più ricchi di specie galligene comprendono gli Acari Eriofidi e, tra gli Insetti, i Rincoti Afididi, Psillidi, Tingidi e Cicadellidi, i Ditteri Cecidomiidi e Tefritidi, gli Imenotteri Cinipidi, Tentredinidi e Calcididi. Alcuni di questi galligeni sono ampiamente conosciuti e studiati perché infeudati su specie di interesse agrario. Altri galligeni li troviamo nei Coleotteri, Lepidotteri, Neurotteri, Ortotteri e Tisanotteri.

I galligeni generalmente non portano a morte la pianta ospite né la danneggiano (l’unico danno tuttalpiù è di tipo estetico) anche se, per quanto riguarda il cinipide del castagno Dryocosmus kuriphilus, alcuni autori affermano possa condurre a morte le piante infestate.

Le galle degli insetti possono essere uniloculari, se al loro interno è presente una sola camera larvale, o pluriloculari (più di una) e unilarvali (una sola larva per camera) o multilarvali (due o più larve per camera).

Gli insetti galligeni (ma anche gli acari e i funghi) manifestano una forte specificità con l’ospite vegetale (la maggior parte di questi sono infatti monofagi o oligofagi) che viene indotto a produrre galle di forma, dimensione e colore costanti e soprattutto inconfondibili, al punto da rendere estremamente facile oltreché certo il riconoscimento della specie induttrice. Inoltre, il galligeno rimane identificabile anche quando abbandona il proprio cecidio al termine del suo sviluppo. Ciò ha permesso di allestire nel tempo cecidoteche e banche cecidologiche e di redigere manuali e guide al riconoscimento dei galligeni sulla base dell’aspetto dei loro cecidi e della pianta ospite. Talvolta anche la localizzazione delle galle su uno o più determinati organi della pianta ospite è caratteristica di un taxon, come nel caso dei Nematodi sulle radici.

Le galle si formano in primavera, quando cioè la piena attività dei meristemi permette lo sviluppo dei tessuti vegetali, mentre con l’arrivo dell’estate la crescita del cecidio si arresta completamente e avviene lo sfarfallamento dell’insetto ormai adulto. A produrre la galla non è il galligeno, come si credeva in passato, ma la pianta stessa innescata e “manovrata” dal parassita, che inocula nei tessuti i propri secreti contenenti sostanze affini alle auxine e alle citochinine, ovverosia quegli ormoni che regolano la crescita dei tessuti vegetali. I meristemi reagiscono all’inoculazione di queste sostanze da parte della larva e/o della femmina che ovidepone dando il via ad una abnorme proliferazione cellulare che va a costituire sulle pareti della cavità interna della galla un tessuto di nutrizione che provvederà al sostentamento della larva.  Gli esatti meccanismi alla base della formazione della galla sono comunque nella maggior parte dei casi ancora sconosciuti.

Tra le specie della Flora italiana, le Querce ospitano un grandissimo numero di galligeni e su di esse troviamo le galle più appariscenti per forma e dimensioni, ad opera di Imenotteri Cinipidi dei generi Andricus e Cynips.

In particolare, quasi tutti i Cinipidi presentano eterogonia (il già citato D. kuriphilus sembra essere l’eccezione), ovverosia alternano ciclicamente generazioni anfigoniche e forme partenogenetiche e spesso le galle prodotte hanno forme e dimensioni differenti a seconda del tipo di generazione che le ha indotte.

Galle su Quercus spp. indotte da imenotteri cinipidi tra le più comuni nelle campagne italiane: a sx. Andricus dentimitratus; al centro Andricus quercustozae e a dx. Andricus caputmedusae (Foto di Cristiano Fedi)

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Fino al 28 maggio è aperta la “Consultazione pubblica per la predisposizione della Strategia Forestale Nazionale per il settore forestale e le sue filiere

Le istituzioni centrali e regionali, il mondo della ricerca e le associazioni di settore della filiera del legno hanno elaborato un testo di SFN che ora può ricevere “osservazioni e contributi” dalla società civile.

Una volta approvata la SFN varrà per venti anni, quindi è fondamentale che questo importantissimo testo sia bilanciato, rispettoso di tutte le visioni e di tutte le aspettative della società contemporanea.

Il FFI si augura che le associazioni ambientaliste, i gruppi informali nati attorno ai social network e le singole persone vogliano coordinarsi in modo da proporre modifiche condivise e quindi “solide” che potranno essere accettate durante il processo di revisione.

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Nonostante le nostre speranze, la difesa dei boschi dai tagli non ha tratto vantaggi dalle  disposizioni governative per la lotta alla pandemia di coronavirus. Infatti, anche se per un mesetto le attività forestali sono state formalmente vietate, da Martedì 14 Aprile esse potranno riprendere e torneremo alla situazione precedente.

Come tutte le associazioni ambientaliste, anche il Fondo Forestale Italiano è stato contento di vedere che il DPCM del 11 Marzo non indicava le attività forestali tra quelle ammesse durante la pandemia. E anche noi avevamo sperato che la “tregua” sarebbe durata per tutta la durata dell’emergenza sanitaria. Ora che, a pandemia tutt’ora in corso, il DPCM del 10 Aprile ammette di nuovo le attività forestali, siamo ovviamente dispiaciuti.

Dal punto di vista di noi ambientalisti il Governo ha sbagliato, ma in realtà siamo stati noi  a illuderci che la salvezza dei boschi potesse dipendere da azioni emergenziali in risposta alla pandemia di coronavirus. Anche se è ormai senso comune che il coronavirus si sia sviluppato grazie ad un ambiente degradato e ad un errato rapporto uomo/natura, le lobby economiche hanno curato i propri interessi economici e convinto la classe politica che tutto potesse tornare come prima. Anzi che prima ci si torna e meglio è.

Il problema è evidentemente culturale e consiste nel fatto che la nostra società considera alberi e boschi in un ottica produttivistica nella quale, però, il mercato assegna loro un  valore economico che non prende in considerazione i servizi ecosistemici resi da ciascun albero vivo e da ciascun bosco integro.  Se tali servizi fossero correttamente quantificati in euro e caricati sui prezzi ci sarebbe molta meno richiesta di legna e legname.

La lotta per la difesa dei boschi deve pertanto riprendere come prima e più di prima del coronavirus, portando fino alle massime cariche istituzionali italiane ed europee la richiesta che il legno dei boschi non sia più considerato fonte di energia rinnovabile e che non sia più ammesso tagliare alberi per produrre energia elettrica o, almeno, che tale pratica non sia più sovvenzionata con aiuti economici pubblici.

Affinché questa lotta sia proficua è necessario che le mille sfaccettature del mondo ambientalista si coordinino per lavorare in modo coerente, senza disperdersi in mille rivoli autoreferenziali e inconcludenti.  

Il Fondo Forestale Italiano continuerà nella propria azione di acquisizione di boschi per sottrarli al taglio ed è a disposizione di tutte le altre associazioni che vogliano usare la proprietà privata per lo stesso scopo. Il Fondo Forestale Italiano è anche a disposizione dei privati che nei propri boschi non eseguono tagli a scopo economico e desiderano formare una rete nazionale per condividere competenze ed esperienze per meglio affrontare i comuni problemi.

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In questi giorni di emergenza e contenimento, il Governo ha proibito tutte le attività che non sono ritenute essenziali, e che sono ampiamente differibili. Tra queste attività non necessarie figurano quelle selvicolturali (che hanno un codice ATECO che inizia per 02).

Ovviamente il DPCM ha previsto delle deroghe, effettive e documentate, per quelle forniture che sono indifferibili e necessarie.

Premesso che stiamo attraversando un periodo difficile per tutti, ricordiamo comunque che le attività selvicolturali non sono né indifferibili, né necessarie. Pertanto rischiano di essere pretestuose le numerose richieste di deroga che molte ditte forestali stanno inviando alle Prefetture.

Le ragioni più gettonate sembra siano quelle legate alla legna da ardere e al cippato. In entrambi i casi non esistono ragioni di urgenza e necessità, perché il combustibile legnoso non può essere usato subito, ma ha bisogno di mesi di stagionatura per perdere l'umidità che lo renderebbe inadatto alla combustione. Il legno che si taglierebbe adesso, comunque, sarebbe destinato ad essere bruciato solo il prossimo anno.

Purtroppo l'attuale regime di deroga prevede che, con una semplice comunicazione, le ditte possano iniziare e continuare l'attività. Le prefetture, sommerse come sono da tutta una serie di istanze di settori produttivi, non avranno tempo che di controllare un piccolo campione delle dichiarazioni pervenute.

A questo di aggiunge una certa politica che, invece di fare l'interesse generale della popolazione, spinge per favorire l'interesse di certi settori, come la lobby dei tagli boschivi. Alcune regioni hanno infatti chiesto al Governo di autorizzare le attività selvicolturali, anche avanzando pretesti (problemi fitopatologici e antincendio boschivo) che nulla hanno a che vedere con la selvicoltura produttiva. Il Ministro dell'Agricoltura ha purtroppo accolto la loro richiesta, impegnandosi ad esserne latore presso il Governo.

Ci auguriamo invece che i cittadini vigilino, e che si pensi all'interesse e alla sicurezza della popolazione. Il taglio dei boschi non è essenziale, anzi dannoso alla salute, sia indirettamente, con l'impauperimento delle foreste, sia direttamente, con l'emissione di particolato da combustione, che danneggia il sistema respiratorio umano e lo rende più vulnerabile ai virus.

Ciò che rimane di un bosco dopo la ceduazione